CANNABIS: “IL BELLO, IL BRUTTO E IL CATTIVO”

CANNABIS: “IL BELLO, IL BRUTTO E IL CATTIVO”

access_time 2 anni ago

Uno studio recentissimo sostiene che la cannabis allevierebbe quasi certamente il dolore cronico e aiuterebbe alcune persone a dormire, ma è anche probabile che aumenti il rischio di schizofrenia e la possibilità di innescare attacchi di cuore.

Tutto ciò avviene a Washington dove alcuni esperti sono stati convocati per approfondire gli effetti della marijuana e dei sui suoi cugini chimici, compresi i composti che agiscono in modo simile chiamati “cannabinoidi”.

L’attuale mancanza di informazione scientifica «rappresenta un rischio per la salute pubblica. I pazienti, gli operatori sanitari e le istituzioni politiche hanno bisogno di più prove per prendere delle decisioni sane su questo argomento», dice il rapporto pubblicato dalla National Academies of Sciences, dipartimento di Medicina, artefice della ricerca in oggettoche svolge incarichi di consulenza per gli USA su questioni riguardanti la medicina, la biomedicina e la salute, utilizzando criteri imparziali, fornendo delle prove e delle informazioni autorevoli al fine di migliorare la politica sanitaria.

“Il bello”

Tale studio evidenzia degli aspetti interessanti e favorevoli allo stato di salute dell’uomo. Ad esempio, si è riscontrato con certezza che questa sostanza può trattare il dolore cronico negli adulti e che i composti simili possono alleviare la nausea da chemioterapia, il trattamento di rigidità muscolare e gli spasmi nella sclerosi multipla.

Alcune prove in itinere, secondo il rapporto, porterebbero a sostenere che sarebbe in grado di aumentare l’appetito nelle persone con HIV o AIDS e alleviare i sintomi del disturbo da stress post-traumatico. Altri campi d’indagine, ma ancora in corso di ricerca, riguardano il trattamento dei tumori, la sindrome dell’intestino irritabile, l’epilessia e alcuni sintomi del morbo di Parkinson.

“Il brutto”

Il Comitato elenca anche una serie di potenziali danni strettamente connessi alla medesima sostanza:

– Forti prove collegano l’uso di marijuana al maggior rischio di sviluppare la schizofrenia e altre forme di psicosi. Queste rientrano tra i sintomi più frequenti nei consumatori;

– Aumenta il rischio di sviluppare disturbi depressivi;

– C’è un forte riscontro sul fatto che l’uso di questa sostanza accresca le possibilità di provocare incidenti stradali;

– Deteriora il rendimento scolastico, alza i tassi di disoccupazione e danneggia l’andamento sociale.

– Per le donne incinte che la assumono si evidenzia fortemente il ridotto peso che caratterizza i bambini al momento della nascita, e anche se con deboli dati, non si escludono possibili complicanze della gravidanza per la madre o per i nascituri. Mentre per il momento non ci sono ancora abbastanza prove per dimostrare se l’uso di queste sostanze incida sul concepito anche in seguito.

– Ad oggi non c’è alcun legame diretto con i casi di cancro al polmone nei fumatori di marijuana. Ma non si esclude invece qualsiasi nesso con lo sviluppo del tumore della prostata, della cervice, della vescica, o dell’esofago.

– Fumare erba per curare sintomi respiratori peggiora gli episodi e rende più frequenti i casi di bronchite cronica.

– Ci sono prove sul fatto che può scatenare un attacco di cuore, soprattutto per le persone ad alto rischio di malattie cardiache.

– Esiste un legame tra l’uso di marijuana e lo sviluppo di una dipendenza o abuso di altre sostanze, tra cui alcol, tabacco e droghe illecite.

“Il cattivo”

Si tratta del velo di assolutismo che viene gettato sull’argomento. Solamente di rado infatti si affronta la questione con una disponibilità al dialogo e in maniera obiettiva. C’è una cattiva abitudine che tende spesso a esaltare l’utilizzo della sostanza o ad estrometterla aprioristicamente senza alcun “se” o “ma”.

Ora, laddove le pratiche terapeutiche fossero in piena armonia con la dignità della persona non ci sarebbe niente di male nel praticare ricerche e studi con la sola finalità di trarre da questa sostanza un principio attivo da utilizzare in farmaci che dovrebbero però essere necessariamente sotopposti ai protocolli che ne regolamentino l’impiego. Il che impedirerebbe assolutamente ogni minima possibilità di poterne disporne in modalità “fai da te”, ad esempio per mezzo del consumo di  “spinelli”.

Una simile concezione non dovrebbe destare alcun tipo di sospetto, perchè interessata unicamente a prendere ciò che c’è di buono per la salute della persona scansando equamente qualsiasi tipo di secondo fine non pertinente o addirittura contrario ad essa.

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