FILM-DOCUMENTARIO: 12 JOURS. IL CAMMINO CHE DIVIDE “L’UOMO DALL’UOMO VERO, PASSANDO ATTRAVERSO L’UOMO FOLLE”.

FILM-DOCUMENTARIO: 12 JOURS. IL CAMMINO CHE DIVIDE “L’UOMO DALL’UOMO VERO, PASSANDO ATTRAVERSO L’UOMO FOLLE”.

access_time 1 anno ago

12 giorni è il tempo assegnato alla giustizia da una legge del 2013 per stimare un paziente psichiatrico ricoverato senza consenso. Un film implacabile che osserva la relazione tra follia e giustizia e testimonia una storia politica, sociale e morale.

REGIA: Raymond Depardon

FOTOGRAFIA: Raymond Depardon

MUSICHE: Alexandre Desplat

MONTAGGIO: Simon Jacquet 

SUONO: Claudine Nougaret

DURATA: 87′

GENERE: Film-Documentario

NAZIONE: Francia

PRODUZIONE: CLAUDINE NOUGARET PER PALMERAIE ET DESERT, FRANCE 2 CINEMA, AUVERGNE-RHONE-ALPES CINEMA

CONSULENZA PSICHIATRICA: Natalie Giloux

CONSULENZA GIURIDICA: Marion Primevert

PROIEZIONE SPECIALE AL 70° FESTIVAL DI CANNES (2017)

RECENSIONE di Marzia Gandolfi:

In Francia ci sono ogni anno 92.000 casi di ospedalizzazione psichiatrica coatta. Ovvero 250 persone al giorno. 12 jours è il tempo assegnato alla giustizia, da una legge del 2013, per stimare un paziente ricoverato “senza consenso”. Al termine di una breve udienza, il giudice dovrà decidere se sospendere o validare l’internamento. La libertà o la sua privazione.

Raymond Depardon aveva già consacrato due documentari alla psichiatria (San Clemente e Urgences) e altri due al funzionamento della giustizia (Délits flagrants e 10e chambre, instants d’audience). 12 jours gli permette di combinare i due soggetti mantenendo lo stesso sguardo compassionevole lungo i corridoi dell’ospedale Le Vinatier di Lione.

Infaticabile regista, fotografo, archeologo e speleologo delle profondità e degli angoli del suo Paese, Depardon realizza ancora una volta un film implacabile che osserva la relazione tra follia e giustizia e testimonia una storia politica, sociale e morale. Di fronte al giudice che dovrà decidere del loro avvenire, sfilano uomini e donne fragili colpiti da patologie sovente gravi: schizofrenia, deliri violenti, pulsioni suicide compulsive. Piazzandosi (discreto) al cuore dell’istituzione psichiatrica, Depardon “partecipa” al confronto tra paziente, assistito da un avvocato, e giudice, assistito da un cancelliere. L’essenziale del film riposa sul campo – controcampo, dispositivo efficace che prende e lascia la parola agli uomini e alle donne ricoverati e agli uomini e alle donne della legge chiamati a deliberare sullo stato del paziente. I giudici fanno il punto con loro, le circostanze del loro internamento, il loro passato psichiatrico e giudiziario, qualche volta pesante come un macigno.

È un’umanità “sbeccata” e vulnerabile quella che mostra Depardon: un’impiegata di Orange lascia emergere la sua disperazione, persuasa di subire le molestie dal suo superiore, una giovane donna, allevata in una casa di accoglienza, vorrebbe rivedere la sua bimba di due anni, un uomo domanda al giudice di rassicurare il proprio padre ucciso dieci anni prima, una donna di trentasette anni chiede di poter tornare a casa per suicidarsi. Alcuni pazienti arrivano poi dritti dall’isolamento, dove deperiscono legati ai propri letti. Hanno tutti lo sguardo vuoto, velato dai farmaci e poco ricettivo alle parole dei magistrati, di una benevolenza che impressiona e commuove. 

Pazienti e giudici abitano la scena nella stessa misura, ciascuno la sua camera con un’identica posizione nel quadro. Un terzo asse di ripresa allarga invece il punto di vista fino a comprendere gli infermieri, gli psichiatri non sono mai presenti. Tra un’udienza e l’altra, Depardon filma i corridoi con le loro camere chiuse, il cortile dell’ospedale dove i pazienti fumano sigarette o consumano ossessivi lo stesso tragitto. Immagini di dolente dolcezza incalzate dalla musica elegiaca di Alexandre Desplat. Immagini che scavano in profondità e rivelano un universo di vite martoriate, criminali, folli, violente, alterate, perdute. E ancora, rivelano l’individuo, un individuo unico che il regista non riduce mai a un caso clinico e non rinchiude mai in una prigione formale. 
Infilandosi tra due istituzioni (giustizia e psichiatria) e due norme che devono determinare la follia e formulare criteri di giudizio, 12 jours conclude tutte le udienze con la conferma della “pena”. La maggioranza dei pazienti accetta il protrarsi del trattamento sanitario obbligatorio dando prova di un’incredibile lucidità sulla propria sorte e ringraziando il giudice che li priva della libertà. Confortati, forse, dall’essersi detti. Sollevati di essere stati ascoltati.

(MYmovies.it)

RECENSIONE di Emanuele Rauco:

È bellissimo l’esergo che apre 12 jours, il nuovo film di uno dei maestri del documentario francese, Raymond Depardon: “Dall’uomo all’uomo vero, il cammino passa attraverso l’uomo folle”. La frase si trova in Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault e sembra la dichiarazione di poetica di un film che prova a ragionare sul rapporto tra follia e potere, mostrando quel cammino che divide l’uomo dall’uomo vero.

Il film si svolge in un ospedale psichiatrico di Lione e mostra le udienze durante cui i giudici devono decidere se proseguire i trattamenti ospedalieri obbligati ai pazienti giudicati mentalmente instabili: i 12 giorni sono quelli in cui per legge il giudice deve decidere se l’ospedalizzazione è legittima o no.

Un documentario “frontale” in cui Depardon mostra quelle udienze e il rapporto tra pazienti, giudici e avvocati per raccontarne l’umanità possibile anche in un meccanismo istituzionale e legale.

12 jours si inoltra lentamente lungo i corridoi, i giardini e i dintorni dell’ospedale per poi entrare nelle sale d’udienza e inquadrare con primi e primissimi piani i protagonisti con fortissima comprensione e compassione (come nel tossicomane che sogna di ringraziare l’umanità del giudice quando sarà calciatore professionista) e attraverso questo provare ad ampliare il discorso su come i meccanismi del potere definiscano i rapporti umani dentro i concetti di giusto e sbagliato, normale e anormale.

Un gioco di campi e controcampi in cui Depardon conferma una pratica umanista che non si nega il linguaggio, che non finge di sparire dietro la camera.

Il solo grande limite del film è nella ripetitività della sua struttura che ne impedisce un po’ la risonanza, l’apertura a uno sguardo generale (tanto più che le musiche “sbagliate” di Alexandre Desplat sembrano messe proprio per spezzare il ritmo); ma Depardon si fida completamente dei fondamentali del documentario, ossia luoghi e persone, e così 12 jours riesce a parlare dell’essere umano – folle o no – guardandolo negli occhi senza paure.

(Cinematografo.it)

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