“ELON MUSK CHIAMA ROBOCOP: GLI ESSERI UMANI DEVONO DIVENTARE CYBORG”

“ELON MUSK CHIAMA ROBOCOP: GLI ESSERI UMANI DEVONO DIVENTARE CYBORG”

access_time 2 anni ago

“La sofisticata intelligenza artificiale farà degli esseri umani dei gatti domestici”.

Questo è stato l’avvertimento lanciato a Dubai lo scorso fine settimana da Elon Musk, fondatore di “SpaceX”, azienda aerospaziale statunitense, ideatore della casa automobilistica “Tesla Motors” che impiega motori elettrici e cofondatore di “PayPal”, la società che offre servizi di pagamento digitale.

Gli esseri umani dovranno diventare dei cyborg qualora volessero conservare la propria rilevanza in un futuro dominato dall’intelligenza artificiale.

Dal “World Government Summit” dove ha partecipato per lanciare Tesla negli Emirati Arabi Uniti, lo stesso capitalista sostiene che: «Ci saranno sempre meno posti di lavoro a causa di robot in grado di fare meglio rispetto all’uomo». Se gli esseri umani vogliono continuare ad accrescere l’economia, devono aumentare le loro capacità attraverso una «fusione di intelligenza biologica e intelligenza artificiale. Se non riusciamo a fare questo, rischiamo di diventare gatti domestici al servizio dell’intelligenza artificiale».

La teoria verte sul fatto che con una sufficiente conoscenza dell’attività neurale del cervello sarebbe possibile creare “neuroprotesi” che potrebbero consentire di comunicare idee complesse telepaticamente, fornendo dati cognitivi supplementari attraverso una “memoria aggiuntiva” o abilità sensoriali quali per esempio la “visione notturna”. Musk dice che sta lavorando su un dispositivo iniettabile nel cervello atto a conferire capacità di calcolo digitale.

Dove finisce la scienza e dove inizia la fantascienza?

Finora, le interfacce cervello-computer sono state utilizzate per compiti relativamente semplici, soprattutto per ripristinare il controllo motorio in pazienti paralizzati e attivare la comunicazione per i pazienti con la sindrome locked-in che a causa di lesioni cerebrali non sono in grado di comunicare verbalmente o gestualmente. Queste interfacce comprendono la decodificazione di segnali cerebrali a partire dalla superficie del cranio attraverso EEG (elettroencefalogramma) o tramite elettrodi impiantati con il compito di tradurre questi segnali in un comando di movimento per una protesi. È il caso del sistema che ha permesso a un uomo di 53 anni, paralizzato da otto, di tornare a bere e mangiare autonomamente. Studio pubblicato pochi giorni fa su “The Lancet”.

Recentemente c’è stata anche il progresso di studi che viaggiano nella direzione opposta, i quali tendono a puntare maggiormente sui segnali elettrici esterni per stimolare il cervello. Questo è successo l’anno scorso con Nathan Copeland, un uomo tetraplegico di 28 anni, che per mezzo di un chip impiantato nell’encefalo, creato negli USA all’Università di Pittsburgh, ha riacquistato il senso del tatto. Questa interfaccia uomo-macchina, stimola elettricamente i neuroni deputati all’elaborazione delle informazioni sensoriali provenienti dalle mani. In questo modo riesce a ricreare in maniera realistica la percezione degli stimoli pressori, anche attraverso l’ausilio di un braccio robotico direttamente collegato al cervello.

Eppure, questi sono contesti ancora molto lontani dalla visione di simbiosi tra uomo e macchina, che richiederebbe una comprensione molto più granulare del cervello che va al di là delle nozioni di base di controllo delle sole facoltà cognitive. Ci sono aspetti più complessi come la lingua o la metafora.

Il parere degli esperti

«Abbiamo più di 80 miliardi di neuroni nel cervello. I nostri strumenti attualmente, concedono l’accesso ad un numero estremamente ridotto. Con le protesi riusciamo a interagire forse con 100 di questi. Abbiamo bisogno di interfacce munite di una maggiore larghezza di banda», ha detto Bryan Johnson, fondatore del “KERNEL”, una società che si occupa dello sviluppo di Neuroprotesi volte a migliorare le funzioni del cervello.

Il Professor Panagiotis Artemiadis dell’Arizona State University che ha cercato di ottenere maggiore ampiezza di banda utilizzando un elettrodo in grado di consentire a un essere umano di controllare uno sciame di robot volanti con il proprio cervello, dice:«Possiamo già decodificare concetti di base, come la chiusura di una mano o lo spostamento di un gomito, ma non siamo in grado di decodificare i comportamenti più complessi».

Il Professor Miguel Nicolelis, che con i suoi colleghi della Duke University ha impiantato schiere di elettrodi nel cervello di una scimmia con la finalità di rilevare il loro intento riuscendo perfino a controllare, raggiungere e afferrare i movimenti eseguiti da questa per mezzo di un braccio robotico, rivela di nutrire parecchie perplessità al riguardo. Gli esseri umani non diventaranno irrilevanti fino a quando le macchine non saranno in grado di replicare il loro cervello. «L’idea che le macchine digitali, non importa quanto iperconnesse o avanzate, un giorno supereranno la capacità umana è una sciocchezza totale», ha dichiarato. Nicolelis sostiene che il cervello non è calcolabile perché la coscienza umana è il risultato di imprevedibili interazioni non lineari tra miliardi di cellule. «I nostri cervelli non funzionano in modo algoritmico e non sono macchine digitali» continua. L’automazione digitale porterà sicuramente ad una “seria disoccupazione”, specialmente in quei settori all’inteno dei quali sono presenti categorie che svolgono funzioni così “banali” tanto da poter essere tranquillamente espletate dalle macchine. «Ma questo non significa che la specie umana diventerà obsoleta».

Questioni etiche

Invece di soffermarsi sullo scenario apocalittico, occorrere piuttosto dare un’occhiata a come il rapporto tra l’uomo e le macchine può evolversi.

I dispositivi di lettura della mente esenti da scopi medici potrebbero introdurre problemi di privacy senza precedenti. Pensiamo alla nozione di “libertà di pensiero”. Tutto d’un tratto quello che è presente nella testa di un essere umano potrebbe essere espresso e comunicato. I “pensieri privati”, importanti per la tutela personale di ciascuno, perderebbero la propria sacralità. Si correrebbe inoltre il rischio di sottoporre i microchip a una possibile violazione da parte di terzi, col fine di estrarre le informazioni ritenute necessarie. Ovviamente, queste sono tutte ipotesi teoriche.

Quello che conta ora è capire il più possibile la vasta rete del cervello, come tutte queste unità di elaborazione comunicano tra loro e interagiscono con il mondo. La meta è ancora distante. Decisamente più vicina è solo una probabile “isteria di massa” che dichiarazioni pseudoscientifiche come quelle rilasciate da Elon Musk potrebbero scatenare, richiamando alla mente vecchi film cult come “RoboCop”, anche se per il monento “Vivo o morto”, l’essere umano non può divenire un Cyborg.

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