EUTANASIA E MINORI: “POCHI CASI, TANTI DUBBI”

EUTANASIA E MINORI: “POCHI CASI, TANTI DUBBI”

access_time 11 mesi ago

Nel febbraio del 2014 il Parlamento Belga ratificò l’estensione ai minori della legge sull’eutanasia del 2002, destinata ai malati terminali in preda a dolori insopportabili e senza alcuna possibilità di effettuare un trattamento riabilitativo. Il testo prevede due condizioni imprescindibili: Gli eventuali protagonisti devono essere consapevoli della loro decisione o possono richiedere il trattamento attraverso il consenso fornito dai loro genitori o dai rispettivi tutori.

Tale notizia all’epoca destò non poco scalpore in tutto il mondo. Ma cosa è cambiato realmente da quel momento?

Il 17 settembre del 2016 il quotidiano fiammingo Het Nieuwsblad riferì che per la prima volta un minore si avvaleva della possibilità di usufruire di questo provvedimento. Si trattò del primo caso di eutanasia al mondo applicata su un minore. Da allora è giunta solo un’altra richiesta alla Commissione Federale di Controllo e Valutazione dell’Eutanasia.

Secondo il Presidente del medesimo organismo, il Dottor Wim Distelmans:

«La situazione attuale è simile a quella presente nei Paesi Bassi, dove si sono registrati cinque casi in dieci anni. Noi al momento ne abbiamo trattato due in tre anni. Sapevamo fin dall’inizio che il numero delle domande non sarebbe stato elevato. Ogni anno in Belgio muoiono circa 100.000 adulti. Quando si considera che di questi solo 2000 giungono al momento finale per mezzo dell’eutanasia, si deduce immediatamente che rispetto ai 1000 casi di decesso annuali riguardanti i minori, le probabilità di affidarsi a questa procedura scendono repentinamente. I bambini poi possono usufruire di questa possibilità solo in caso di malattie terminali, cosa non prevista invece per gli adulti che possono rivendicarla anche per altri motivi».

Ora, volendo sorvolare in maniera clemente sulle differenze con i Paesi Bassi, dove l’eutanasia per i minori è legale solo a partire dal compimento del dodicesimo anno d’età in poi, sulla capacità di discernimento dei diretti interessati, sull’eventuale scelta da parte di terzi non coinvolti in prima persona e senza entrare, tantomeno, nel merito di queste sofferenze “costanti e insopportabili”, all’interno delle quali sono menzionate non solo quelle fisiche, ma ancora peggio, quelle psichiche più difficili da valutare come “terminali”, occorre porsi un solo interrogativo: Perchè legalizzare una pratica poco attuata? Si tratta solo di uno sciocco  accanimento ideologico mascherato da atteggiamenti paternalistici oppure si stanno ponendo le basi di un progetto a lungo termine che ha lo scopo di ribaltare nel tempo i dati di questa casistica?

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