“IL SAN CAMILLO E LE AVVENTURE DI PINOCCHIO”

“IL SAN CAMILLO E LE AVVENTURE DI PINOCCHIO”

access_time 2 anni ago

di Samuel Pisani -Bioeticista-                    

L’ospedale San Camillo di Roma cerca medici non obiettori per le interruzioni volontarie di gravidanza

È stata recentemente sollevata la questione circa l’assunzione di ginecologi non obiettori di coscienza con l’incarico specifico di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza.

Questo avviene perchè, secondo alcuni, numerose donne incontrerebbero vari ostacoli nel sottoporsi a tale pratica, dal momento che, come le statistiche del Ministero della Salute accertano: 7 ginecologi su 10 non eseguono PRESTAZIONI ABORTIVE VOLONTARIE, applicando il diritto di fare appello alle proprie coscienze.

Gli obiettori e le procedure abortive

Va chiarito innanzitutto che nel caso sopra citato, si fa esplicito riferimento ai soli casi di INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA, e non di ABORTO SPONTANEO o di ABORTO “REALMENTE TERAPEUTICO”, riscontrabile per mezzo di esami attendibili che costituiscono indubbiamente un grave pericolo per la vita della donna fatta eccezione dunque dei contesti riguardanti “accertati” processi patologici relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro (tra l’altro per mezzo di esami diagnostici scientificamente non attendibili al 100%) che potrebbero determinare un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Queste precisazioni hanno il solo scopo di rifuggire innazitutto il “clima calamitoso” che si vuole attribuire a tali questioni e soprattutto vogliono chiarire la terminologia che si utilizza in modo tale da distinguere i diversi contesti, sottolineando che non si tratta sempre di aspetti di tipo curativo o di emergenza i quali vengono assicurati sempre e comunque.

Legge 22 maggio 1978, n. 194: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”

La stessa legge 194/1978, pur essendo estremamente lacunosa in diversi tratti, da questo punto di vista appare essere chiara. Nell’articolo 9 si asserisce che:

«L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare […] l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste […]. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale.

L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo».

Pertanto, si fa riferimento alla “MOBILITÀ DEL PERSONALE” qualora ci fossero dei problemi nel reperire figure professionali volte allo svolgimento di queste mansioni, non alle assunzioni fatte su criteri che non vengono neanche minimamente menzionati all’interno della legge.

Aspetti economici

Fanno specie le dichiarazioni del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, quando in modo apparentemente semplicistico, ma al contempo cinico, sostiene che:

«Chi legittimamente è obiettore non ha partecipato a questo bando e potrà portare le sue professionalità in altri campi del servizio sanitario e dello stesso Dipartimento della salute della donna e del bambino. Compito istituzionale della Regione è applicare una legge dello Stato, la 194, nella sua interezza».

Parole irritanti ma non illusorie, perchè effettivamente nell’art. 10 della citata legge si sostiene che:

«L’accertamento, l’intervento, la cura e l’eventuale degenza relativi all’interruzione della gravidanza nelle circostanze previste ed attuati nelle istituzioni sanitarie “adibite” rientrano fra le prestazioni ospedaliere trasferite alle regioni dalla legge 17 agosto 1974, n. 386.», cioè quella relativa alle “NORME PER IL FINANZIAMENTO DELLA SPESA OSPEDALIERA”.

Infatti “l’attività sanitaria e sociosanitaria rivolta alle donne, alle famiglie e alle coppie a tutela della maternità, per la procreazione responsabile e l’interruzione della gravidanza” rientra all’interno dei LEA (LIVELLI ESSENZIALI DI ASSISTENZA), ovvero l’insieme delle attività, dei servizi e delle prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) eroga a tutti i cittadini gratuitamente o con il pagamento di un ticket, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza. Le regioni coinvolte, compreso il Lazio, (le sole escluse sono: la Valle d’Aosta, le due Provincie Autonome di Bolzano e Trento, il Friuli Venezia Giulia e la Sardegna dal 2010) possono accedere alla quota premiale del 3% delle somme dovute a titolo di finanziamento (della quota indistinta del fabbisogno sanitario al netto delle entrate proprie).

L’ultima “VERIFICA ADEMPIMENTI LEA” fatta dal Ministero della Salute, nella “Tabella di Appropriatezza”, segnala che il Comitato, il quale ha il compito di valutare se c’è affinità tra le regioni e il Servizio Sanitario Nazionale, ha assegnato il cartellino rosso alla sanità laziale per quanto riguarda l’ “Aborto con dilatazione e raschiamento, mediante aspirazione o isterotomia” e le “Diagnosi relative a postparto e postaborto con intervento chirurgico”. Cartellino giallo alle “altre diagnosi preparto senza complicazioni mediche”. Nessun cartellino verde in tale ambito.

L’appropriatezza è la misura di quanto un intervento diagnostico o terapeutico sia adeguato rispetto a tutte le esigenze del paziente e al contesto sanitario. Una pratica risulta appropriata se all’occorrenza risponde il più possibile, non il possibile o il dovuto.

Dunque, la presenza di un numero più elevato di personale applicabile in questo senso potrebbe portare ad un aumento delle prestazioni e dunque delle entrate, dimostrando la capacità della regione di garantire ai cittadini “l’erogazione dell’assistenza secondo standard di appropriatezza e qualità” necessarie, casualmente, per scalare la classifica e accrescere le possibilità di accesso al premio finale.

Il problema non sarebbe il fine, cioè l’aspirazione ad  una maggiore remunerazione, soprattutto se meritata, ma il mezzo utilizzato per arrivarci, ovvero l’aborto effettuato eventualmente da ginecologi vincitori di un concorso esclusivamente aperto ai non obiettori, appositamente assunti per compiere esclusivamente tali attività, sembrando quasi di voler agevolare maggiormente le modalità volontarie.

L’aspetto economico a discapito di quello etico

Gli interrogativi sono due: Perché arrivare a spendere milioni di euro all’anno per porre fine alla vita, invece di investire al fine di sostenerla in tutti i suoi aspetti? Non fa pensare il fatto che tra le circostanze previste per espletare tale operazione rientrino anche le “condizioni economiche, sociali o familiari”?

Sono sbagliate le premesse. Il vero problema non è economico, bensì è ancora una volta etico. Le risorse andrebbero impiegate per prevenire determinati avvenimenti senza eliminare nessuno. Per cui è ovvio che se l’aborto diventa oggetto del business dei finanziamenti pubblici, l’assunzione dei medici in base alla mancata obiezione di coscienza potrebbe rivelarsi una strategia da adottare con l’idea di rimettere in moto un sistema al momento arenato per “battere cassa”, specie in in un contesto come quello odierno, dove numerose aziende sanitarie versano in uno stato economico estremamente critico. Tutto questo a spese della coscienza dei medici, “comprata” con uno stipendio e gli eventuali “straordinari” laddove dovessero intrattenersi più del tempo dovuto, mentre la vita umana non in condizione di esprimere la sua opinione, ancora una volta subisce sempre le scelte “dei più forti”.

Un paradosso se si pensa che l’ultima relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194/78 tenuta dal Ministero della Salute svela che:

«Il 90.8% delle IVG (Interruzioni Volontarie di Gravidanza) viene effettuato nella regione di residenza.

Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG, si conferma quanto già osservato su base regionale e, per la prima volta, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale: non emergono criticità nei servizi di IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza)».

Quindi il Ministero della Salute, pur sottolineando da una parte una minore appropriatezza della regione Lazio nelle pratiche abortive rispetto ad altre regioni, riconosce tuttavia con altrettanta puntualità e onestà la mancanza di criticità nella medesima circostanza. Questo significa che il “dovuto” è attualmente garantito. 

In realtà, si tratta di una storia già narrata. Il romanzo si chiama: “Le avventure di Pinocchio”. Sembra di assistere al momento in cui il gatto e la volpe impersonificati dalle aziende ospedaliere e dalle regioni cercano d’ingannare Pinocchio, emblema del ginecologo non obiettore, mentre il Grillo Parlante, ovvero la coscienza, vanamente cerca di farlo agire attraverso il buon senso, per evitare in questo caso, di fargli assumere un ruolo che prevede l’attuazione di un solo compito: l’interruzione volontaria di gravidanza.

Nessun moralismo o perfezionismo giuridico, si tratta di osservare la stessa legge che sciaguratamente permette l’aborto volontario e che a questo punto per coerenza, dovrebbe essere accettata o rifiutata interamente, senza “mezze verità”.

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