PENA DI MORTE: I CATTOLICI RICHIAMANO LE FILIPPINE ALLA RESPONSABILITÀ

PENA DI MORTE: I CATTOLICI RICHIAMANO LE FILIPPINE ALLA RESPONSABILITÀ

access_time 2 anni ago

Dopo la votazione avvenuta nei giorni scorsi che ha visto trionfare palesemente un disegno di legge che permetterebbe l’esecuzione della condanna a morte su chiunque commetta crimini relativi al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, lo Stato delle Filippine è diventato il teatro di un arduo dibattito sul sempre più propabile ripristino della pena capitale.

Questo è l’ultimo atto tracciato dalla linea dura prevista dall’agenda del Presidente Rodrigo Duterte, salito al potere nel Maggio del 2016 tra varie contestazioni che ne denunciavano il sospetto di illegittimità. Il documento è passato alla Camera dei Rappresentanti con 216 voti favorevoli, 54 contrari e una astensione. Il Senato dovrà a breve discuterlo, e toccherà alla controparte politica del Presidente opporsi fermamente per evitare di convertirlo in legge.

Le modalità previste permettono l’attuazione della pena tramite impiccagione, fucilazione e iniezione letale. Lo stesso Duterte ha confessato in più occasioni pubblicamente, campagna elettorale compresa, il suo desiderio di eliminare fisicamente i narcotrafficanti.

Numerosi gli oppositori che descrivono la misura non come un possibile deterrente in grado di evitare i suddetti reati, bensì una barbarie, per giunta regressiva.

Non è ancora chiaro se il disegno di legge passerà al Senato, anche se alcune indiscrezioni sostengono che ci sarebbero alcuni tra gli stessi fedelissimi di Duterte contrari al provvedimento. In alternativa occorrerà ricorrere alla Corte Suprema per discuterne la conformità.

La gestione dell’ex presidente Gloria Macapagal-Arroyo abolì la pena di morte nel 2006, prima di un incontro con Papa Benedetto XVI. Già da allora, la popolazione filippina, complessivamente costituita da 98 milioni di persone, di cui l’85% risulta essere battezzato, espresse concezioni opposte riguardo alla pena capitale. Se alcuni la ritengono un modo per scoraggiare i reati, altri vi si oppongono per motivi religiosi e umanitari.

Nell’ultimo caso rientra la posizione tenuta dalla Chiesa Cattolica. L’Arcivescovo di Manila, il Cardinale Luis Antonio G. Tagle afferma che:

«Le sanzioni non devono essere imposte per vendetta, ma per correggere gli autori dei reati e per il bene della società. […] Una cultura della violenza disumanizza. Una cultura della giustizia, integrità e speranza guarisce. […] Per aiutare a risolvere le radici della criminalità la Chiesa e lo Stato devono proteggere e rafforzare l’unità alla base della società, che è la famiglia».

Padre Jerome Secillano, portavoce della Conferenza Episcopale delle Filippine, dice chiaramente che:

«La Chiesa nelle Filippine non ha nulla di personale contro il presidente ma è semplicemente critica su questioni relative ai diritti umani, alla giustizia, al rispetto della vita, allo stato di diritto, che ritiene punti di estrema importanza. La Chiesa ha a cuore le questioni che riguardano il benessere della gente e il bene comune della nazione». 

James Anthony Perez, presidente dell’associazione “Filipinos for Life” è intervenuto sulla questione affermando:

«Penso che la Chiesa e il Governo si confrontano sulla strada più adatta per raggiungere il medesimo obiettivo, la giustizia e la pace sociale. Tuttavia le autorità civili intendono raggiungerlo con modalità che per la Chiesa sono inaccettabili».

Urge sicuramente assicurare la legalità in uno Stato. Ma occorre lavorare sulla prevenzione di determinati fenomeni non cadendo nel solito errore dell’azione repentina effettuata per cercare di arginare il caso specifico. Occorre agire all’origine e non alla fine. È importante comprendere le cause non limitandosi a considerare solo le conseguenze. Non è certamente umano rispondere ad un’ingiustizia con un’altra ingiustizia. Non è intelligente attuare un atteggiamento scorretto con chi è scorretto. E soprattutto, non si rimedia ad una morte con un’altra morte. Ideologie del genere corrispondono più ad una “illogica autodistruzione”, individualista e separatista, aprioristicamente contraria a quella natura umana che trova il compimento di sé nell’altro, per l’altro e con l’altro.

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