SCOPERTA NUOVA FORMA DI MEMORIA

SCOPERTA NUOVA FORMA DI MEMORIA

access_time 2 anni ago

Potrebbe contribuire a spiegare l’amnesia ed i disturbi specifici  di apprendimento

Ultime ricerche porterebbero a sostenere l’esistenza di una sorta di limbo cognitivo. Tutto parte dal fatto che le operazioni che si innescano non appena ricevuta una nuova informazione sono molteplici. Il nome di una persona appena incontrata, per esempio, risiede nella cosiddetta memoria di lavoro, ovvero il luogo adibito a immagazzinare temporaneamente l’informazione ricevuta, costituendo un equilibrio tra la percezione sensoriale e l’azione razionale. Se nel frattempo la persona acquisisce una certa importanza, il nome ci impiegherà più di un paio di giorni prima di immettersi nella memoria a lungo termine, la quale può essere paragonata ad un hard disk che ha l’obiettivo di conservarlo a lungo.

Gli interrogativi che si pongono i neuroscienziati sono abbastanza insidiosi, ovvero: dove va a finire tale dato dopo aver lasciato la memoria di lavoro standard, prima di essere incorporato nella memoria a lungo termine? Cosa accade in questa frazione di tempo?

A tal punto, ipotizzano la presenza di una nuova forma di memoria che loro definiscono “limbo cognitivo”, all’interno della quale non ci sarebbe un’attività neurale elevata.

Questo studio, condotto dal neuroscienziato cognitivo Nathan Rose e dai colleghi dell’Università del Wisconsin (UW) in Madison inizialmente, poi proseguito con la collaborazione di quelli dell’Università di Notre Dame a South Bend-Indiana in seguito, suggerisce che l’informazione possa in qualche modo essere trattenuta tra le sinapsi che collegano i neuroni, anche dopo essersi dissolta nella convenzionale memoria di lavoro.

Ad oggi occorre precisare che lo studio non affronta argomenti che siano capaci di spiegare come le sinapsi o altre caratteristiche neuronali sostengano questo secondo livello di memoria di lavoro e la quantità di informazioni che quest’ultima sia in grado memorizzare. Resta pur sempre però un primo passo nel campo della comprensione primitiva che aiuta a comprendere meglio il percorso compiuto dai tantissimi stimoli ai quali la mente umana è sottoposta quotidianamente.

Pertanto, gli studi finora espletati tendono a portare alla luce più domande che risposte. Tuttavia, occorre anche evidenziare che tale “nuovo stato di memoria” potrebbe avere una serie di risvolti pratici positivi, soprattutto nel campo dei disturbi specifici dell’apprendimento quali dislessia, discalculia, disgrafia e ancor più nelle condizioni neurologiche relative a disturbi della memoria a lungo termine come l’amnesia. Ovviamente urge ora più che mai chiarire questo “lato oscuro della memoria” che, restando pur sempre una realtà difficile da decifrare e misurare chiaramente, comporta uno sforzo immane ma non impossibile.

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